Friday October 30 2020
12 Giugno 2013

Tornando a Valsalice sulle ali… di una foto

Pubblichiamo i passi più significativi dell’omelia che fra Franco Valente ofm ha pronunciato durante la Messa in occasione del Quarantennale della Maturità 1973.

 

Possibile che siano passati già tutti questi anni? Osservando la nostra foto di classe, passando con lo sguardo da uno all’altro di questi ragazzi di quarant’anni fa, dal “sorriso Durbans” di questo all’espressione di uno in pace con se stesso e con il mondo intero di quello, dallo sguardo da “bel tenebroso” di quell’altro a quello di chi ha l’aria di essere altrove o di essere lì per una sua speciale concessione o di chi, anche in quel momento, scruta l’orizzonte e si prepara a vendere cara la pelle…, mi chiedevo: che cosa sarà mai successo a questi ragazzi in tutto questo tempo? che cosa ne sarà stato di loro, dove saranno adesso, che cosa staranno mai facendo?…

 

A quell’età si è tutti un po’ come Francesco quando era prigioniero a Perugia. «Irrideva le catene», dice il suo primo biografo (Tommaso da Celano); cantava e danzava, per quanto glielo permettevano le catene e la bassa volta della prigione. I suoi compagni gli dicevano che era tutto matto o tutto scemo e gli domandavano che cosa lo divertisse E Francesco, con «voce vibrata» – riferisce un’altra fonte – risponde: «Secondo voi, che cosa diventerò io nella vita? Sappiate che sarò adorato in tutto il mondo»

 

Anche noi tutti, come Francesco, non vedevamo l’ora di poter uscire… di prigione, certi che, una volta fuori di là, la nostra vita sarebbe cambiata subito da così a così e che, sotto la guida della nostra buona stella, saremmo andati molto, molto lontano. I miei progetti di allora sono presto detti: ero ancora indeciso se diventare un grande pensatore (filosofo) o il nuovo… Eschilo (?!). O cominciare subito – subito dopo le meritate vacanze, s’intende – a scrivere l’opera della mia vita, un grande poema epico-filosofico in prosa e in versi. Quarant’anni fa poteva ancora succedere che un liceale (peraltro anche un po’ sognatore e un po’ egocentrico) arrivasse a concepire idee simili.

 

(…)

 

Ma tutti (o quasi tutti, forse) eravamo convinti che Valsalice era ormai troppo stretto per noi e che la maturità ci avrebbe aperto le porte del mondo e della vita vera. Tra poco niente più levatacce, interrogazioni programmate, “foglietti” alla… traditora, campanelli elettro… scioccanti, assenze da giustificare… Nonostante che il pensiero di separarci dai nostri amati e stimati insegnanti e dai nostri cari compagni di classe ci spezzasse il cuore, attendevamo con ansia il momento fatidico del taglio del cordone ombelicale… Presto anche noi, a somiglianza delle pecorelle dantesche, saremmo usciti dal «chiuso»…

 

Torno a guardare la nostra foto di classe, chiedendomi come saranno cambiati quei volti. Molti di essi li ho visti per l’ultima volta la mattina in cui si è svolta la seconda prova scritta. Quella è stata l’ultima mattina che abbiamo trascorso insieme, gomito a gomito in un’aula scolastica. Probabilmente nessuno di noi ci ha pensato; avevamo altro a cui pensare, quella mattina. Con quella mattina finiva un’era, un’epoca, finiva il nostro stare insieme e l’inizio di un cammino che ci avrebbe portati a condividere la nostra vita con altri compagni, con altre persone, tra altre pareti, in altri luoghi. Guardandoci intorno, avremmo presto visto altri volti, avremmo incrociato altri sguardi, altri passi; non ci saremmo più mossi – con tutti i nostri pensieri, sentimenti, progetti, aspirazioni, dubbi e certezze, pregi e difetti – in mezzo a quei ragazzi, ma in mezzo ad altri, che non conoscevamo ancora, e poi in mezzo ad altri ancora, e così via; tra non molto avremmo persino faticato a ricordare il nome di molti dei nostri vecchi compagni di Valsalice.

 

Certo, da quella mattina ne abbiamo fatta di strada e le tappe alle nostre spalle – tutte importanti, anche se in maniera e misura diverse – sono molte ormai. Naturalmente sarà capitato anche a noi di dover rallentare o fare una sosta, perché la strada era piena di buche o la salita più dura del previsto o ci ha sorpresi un temporale, o addirittura di prendere una direzione sbagliata. Chissà quante volte abbiamo ripetuto anche noi la famosa frase del grande Gino: «Tutto sbagliato, tutto da rifare!».

 

Del resto, anche Francesco non ha trovato subito la sua strada, non ha scoperto il suo ideale di vita in un momento solo, ma lentamente e per gradi. All’uscita dal carcere di Perugia, non c’era il mondo ad aspettarlo per prostrarsi ai suoi piedi (contrariamente a quanto aveva “profetato” con tanta sicurezza), bensì parecchi mesi da passare a letto, giacché nel carcere di Perugia si era ammalato. E solo dopo tre lunghi anni di attesa e di progressivo cambiamento interiore ed esteriore – anni scanditi da episodi di cui i principali sono la visione di Spoleto, l’incontro con il lebbroso, il colloquio con il Crocifisso di San Damiano e la rinuncia al padre e all’eredità davanti al vescovo di Assisi – avrà la certezza di avere la risposta definitiva alla domanda che andava ripetendo da quella notte a Spoleto: «Signore, che vuoi che io faccia?».

 

Nel Testamento, nella parte cosiddetta “biografica”, per ben sette volte farà riferimento esplicito a un intervento di Dio nella storia della sua vocazione. Egli cercherà così di far comprendere ai frati che i passi fondamentali della sua esistenza erano stati guidati da Dio: che non erano state sue “alzate di genio”, ma che l’iniziati a era stata di Dio, e che, se egli aveva un merito, era quello di aver risposto con docilità.

 

Riprendo a osservare la foto. Quei volti mi sembrano nello stesso tempo vicini e lontani. Mi

sembrano provenire da un passato molto lontano, ma ho anche come l’impressione di non vederli da qualche giorno soltanto; di molti, come li guardo, mi torna in mente il nome, o piuttosto il cognome, perché eravamo soliti chiamarci così, con il “patronimico”. L’unico che mi è francamente difficile riconoscere è – guarda caso – proprio il sottoscritto!

 

(NdR: Omettiamo i brevi schizzi individuali, con pregi e difetti di ognuno: più pregi che difetti, in verità, almeno in questi schizzi; ma proprio per questo il tacere è bello)

 

Ero l’ultimo arrivato. A Valsalice avevo ritrovato la scuola che avevo conosciuto fino alla quinta ginnasio compresa. E ho trovato un gruppo di ragazzi “acqua e sapone”, o meglio senza tanti grilli per la testa, che mi ha accolto nella maniera che era la migliore che potessi desiderare: accettandomi così com’ero. Ero, in effetti, e lo sono tuttora, un tipo piuttosto introverso, riservato (in questo – devo ammetterlo – differisco non poco dal Padre san Francesco!). Osservavo e ascoltavo molto quei miei nuovi compagni e, confrontandoli con quelli che avevo appena lasciato, non li trovavo poi molto diversi.

 

Ciò che cambiava era soprattutto l’ambiente, l’aria che si respirava. Adorno e Marcuse, Linus e Alan Ford, Verlaine e Rimbaud, ovvero «poeti maledetti», Fabrizio De André e Jimi Hendrix erano parole, nomi che stranamente non sentivo più pronunciare neppure in sala-ricreazione, merce d’un tratto sparita dalla circolazione. Altrettanto dicasi di vocaboli (e di res) come «assemblea», «mozioni», «volantini “cicl. in prop.”», «corteo», «picchetti», «sciopero degli studenti», «collettivo», eccetera, eccetera. Era l’onda lunga del Sessantotto, che ci ha “ghermiti” subito all’uscita dal tranquillo porticciolo del ginnasio…

 

(…)

 

A Valsalice – oltre a ritrovare l’ordine cosmico che mi era più familiare – mi parve fin da subito che ci fosse un rapporto in certo modo più amichevole tra allievi e professori e che, per quanto c’era dietro ognuno di quei nomi scritti sul registro, ci fosse generalmente un’attenzione e una considerazione un tantino maggiori che altrove. Tutto questo per me era già molto. Avrei anche voluto essere maggiormente inserito nel gruppo, o stabilire rapporti più stretti con alcuni o con qualcuno in particolare, ma, in fondo, mi andava bene così.

 

Guardando la foto, mi è venuto anche da pensare, guardandoli bene in viso, che – nonostante non avessero mai sentito parlare di Proust e forse neppure di Beppe Fenoglio, e i loro discorsi mi suonassero talora un po’ frivoli – erano tutti sufficientemente maturi, che anzi buona parte lo era, probabilmente, più di me, perché la maturità di una persona – quella vera – non si misura dall’aver letto Proust e neppure dal voto all’esame di maturità.

 

In quarant’anni di cose ne passano – belle e meno belle. Quarant’anni è esattamente la durata della «peregrinatio» del popolo eletto nel deserto verso «la terra in cui scorrono latte e miele», verso la Terra Promessa. Molti di quei ragazzi hanno ormai dei figli più grandi di loro. E’ possibile che qualcuno sia addirittura già nonno. Molti sono ormai vicini alla pensione. «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti», dice il salmista (salmo 90,10). Che prosegue rivolgendo a Dio questa preghiera: «Insegnaci a contare i nostri giorni» (v. 12).

 

Domenica scorsa era l’Ascensione del Signore, che più di ogni altra festa ci ricorda che siamo pellegrini su questa terra, che la meta della nostra vita è il cielo, il regno il cui re è Cristo. Di conseguenza dobbiamo compiere il cammino della vita che ci è data con lo sguardo fisso in Cristo. La nostra vita deve essere un continuo, diuturno sforzo di seguire la via del Vangelo, di assimilarci a Cristo. E’ un cammino che in fondo dura meno di un secolo, ma è durante questo cammino che si decide il nostro destino ultraterreno, eterno.

 

Questo rincontrarci a quarant’anni dal nostro diploma è una grande grazia che il Signore ci fa. Sarebbe bello se, dopo questa “reunion”, potessimo non perderci più di vista. Sarebbe bello poter continuare il nostro cammino verso la “Terra Promessa” a fianco gli uni degli altri, aiutandoci affinché «tutti arriviamo» alla «piena maturità di Cristo» (Ef 4,13), come dice san Paolo, cioè alla perfezione della vita cristiana: traguardo arduo, ma alla portata di tutti i cristiani di buona volontà.

 

Maria, aiuto dei cristiani, prega per noi! Santi Giovanni Bosco e Francesco d’Assisi, pregate per noi!

Proteggano e benedicano anche gli assenti, giustificati e no, perché anch’essi sono parte della nostra storia e della nostra vita…; e tutti i nostri professori – don Porrino, don Bava, don Bonello, don Defilippi, don Pederzani, don Brocardo… don Bellone, don Gentile, don Giobbio, don Casalegno, don Amerio… – che ci hanno seguito con dedizione ed amore.

 

Fra Franco Valente, ofm

 

Quarantesimo di Maturità (1973-2013) – Valsalice, 17-5-2013

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