Monday September 26 2022
29 Ottobre 2013

Ricordo di Don Gentile

gentile1Venticinque anni fa, il 29 ottobre 1988, tornava alla Casa del Padre don Giuseppe Gentile, per trent’anni (1953-1983) insegnante di Latino e Greco nel nostro LIceo e dal 1982 fino alla scomparsa Delegato Exallievi, figura straordinaria ancora viva nel ricordo non solo di allievi ed exallievi, ma anche dei molti Salesiani che lo ebbero maestro nel noviziato di Foglizzo. I funerali, in Maria Ausiliatrice, rimangono nella memoria per l’imponente concorso di gente commossa e riconoscente. Nel 2005, anno centenario della Casa, Valsalice volle dedicargli il rinnovato campo di calcio, come ricorda la targa affissa davanti alla sala professori del Liceo
Claudio Lovelli, fino a poche settimane fa Presidente degli Exallievi, e che già in tale veste gli fu vicino negli Anni Ottanta, ha voluto condividere questo ricordo con tutti i frequentatori del “cortile digitale” di Valsalice.

Sapore di salesiano: don Gentile, venticinque anni dopo

 

 

Campo di calcio dedicato a

Don Giuseppe Gentile

insegnante di lettere classiche e animatore degli ex-allievi

Valsalice, 28 novembre 2005

anno centenario del Liceo Classico Pareggiato

 

 

A molti sarà parso singolare che, nell’anno centenario del liceo, si sia voluto dedicare il rinnovato campo di calcio proprio a don Gentile, che, in fondo, meno di altri salesiani – penso, per esempio, a don Brocardo negli anni ’50 – aveva preso parte alla vita sportiva di allievi ed ex-allievi.

Ma strano non è per chi, come me, all’epoca arbitro (quasi) insostituibile delle partite del torneo di calcio notturno degli ex-allievi, ne ricorda – negli anni dall’82 all’88 che lo videro, ormai settantenne, Delegato Ex-Allievi – la presenza puntuale, immancabile, in ogni stagione e con ogni tempo, a bordo campo, proprio sotto quel porticato dove oggi è la targa che lo ricorda, presenza moderatrice talvolta degli eccessi cui la tenzone sportiva poteva indurre e apportatrice sempre di autentico spirito salesiano di amicizia e allegria.

Venticinque anni sono trascorsi da quella morte così improvvisa, nel mezzo di una convalescenza da un intervento chirurgico che pareva ormai avviata a completa guarigione.

Ricordare don Gentile a chi l’ha conosciuto è inutile: nessuno può averlo dimenticato.

Farlo conoscere ai più giovani, che sono venuti dopo, pare invece impossibile, perché inesprimibile a parole è l’umanità, di grana grossa in superficie ma di straordinaria ricchezza nel profondo, del “personaggio “don Gentile.

“Licenziato” in Filosofia e Teologia, laureato in Lettere Classiche, insegnante di latino e di greco, “sapeva molte cose, ma le sapeva in modo diverso da chi sa di saperle, e semmai preferiva tenere per sé tutto ciò che lo facesse apparire più di quello che lui pensava di essere”, come ebbe a scrivere un confratello nel commemorarlo. “Popolano di borgata, schietto e ben nutrito di esperienza che solo in borgata si può fare… con un modo di fare che sarebbe stato rozzo se  non fosse stato così ricco di spontaneità, con un sorriso che diceva assai più che qualunque spiegazione…”

Durante le esequie, eccezionalmente tenutesi in Maria Ausiliatrice, fui chiamato, quale Presidente degli Ex-Allievi, a recargli un ultimo saluto. “Un animale da cortile”, lo definii allora (e mi si perdoni l’autocitazione): “un autentico – e l’espressione non sembri irriverente, ché anzi è forse l’elogio più bello per un salesiano – animale da cortile: capace cioè di stare coni giovani non solo nella scuola, ma in ogni momento della giornata, magari facendo ricorso a quel suo linguaggio così pittoresco, piccante addirittura, ma così efficace ad aprirgli l’accesso a molti cuori. In ogni momento della giornata: e della vita…”

Allora, venticinque anni fa, dopo pindarici voli il mio discorso era tornato a concludersi con i piedi ben per terra, con un saluto che più piemontese non si poteva: “Cerea, dun Gentil!”. Un saluto che sapeva di vecchia Torino e (come Lui, qualche volta…) di bagna cauda, di buone, semplici, solide cose di una volta. Come buoni, semplici, solidi erano gli insegnamenti che aveva saputo trasmettere a generazioni di allievi prima, di exallievi poi.

“Sapore” e “sapere” hanno la stessa etimologia.

Oggi, un quarto di secolo dopo, il Suo nome sfida il tempo sul lucido metallo di una lapide. Ma aere perennius resta nella memoria e nel cuore di chi Lo conobbe quel “sapore” di umanità ruvida ma generosa che da lui promanava, quel “sapere” di “buoni cristiani e onesti cittadini” che anche – e molto – grazie a Lui abbiamo appreso alla scuola di don Bosco a Valsalice.

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